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La velocità giusta

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FIAB L'Aquila, targa Giuseppe mazzini

Qualche giorno fa, pedalando in centro città, ho contato tre cose che non avevo mai notato prima: un albero così grande da essere catalogato come monumentale nella Villa Comunale, una crepa nel marciapiede da cui spuntava prepotente un ciuffo di fiori gialli, una targa in marmo che ricorda la casa dove soggiornò Giuseppe Mazzini. Sono dettagli che esistono soltanto a una certa velocità. Quella della bicicletta, per esempio. A quaranta o cinquanta all’ora o più, chiuso dentro un abitacolo, con il parabrezza che trasforma il paesaggio in un fondale da scorrere, nessuna di quelle tre cose sarebbe esistita per me. Non le avrei viste, e dunque non sarebbero accadute. Perché le cose che non percepiamo, in un certo senso, non ci riguardano: non entrano nella nostra esperienza del mondo, non modificano la giornata, non costruiscono memoria.

Questo è il primo, elementare privilegio di chi si sposta in bicicletta: vedere. Non nel senso generico di avere gli occhi aperti, ma nel senso pieno di percepire il contesto in cui ci si muove, di essere esposti al luogo che si attraversa. In bici non si attraversa la città: si sta nella città, ci si è immersi, se ne sente l’odore e la temperatura, se ne registrano i cambiamenti anche minimi. Chi pedala ogni giorno conosce il proprio tragitto in un modo che chi lo percorre in auto non potrà mai raggiungere, perché la velocità dell’automobile è una velocità che cancella il contesto. Durante un incontro in una scuola media, in cui ero andato a parlare di mobilità e di bicicletta, ho chiesto ai ragazzi se avessero idea di quale distanza ci fosse dal mio quartiere al centro città. Le risposte, anche quelle dei due docenti presenti, andavano dai cinque agli otto chilometri, qualcuno si spinse fino a dieci. Sono due chilometri e settecento metri.

E qui si apre una questione che va molto oltre la bicicletta. La velocità non è soltanto una grandezza fisica, un rapporto tra spazio e tempo. È diventata il metro con cui la nostra società misura praticamente tutto: il successo, l’efficienza, il valore delle cose e delle persone. Veloce è bene, lento è male. Veloce è intelligente, lento è stupido. Chi è rapido ha capito, chi è lento arranca. È un paradigma così profondamente interiorizzato che non lo mettiamo nemmeno più in discussione, lo respiriamo come l’aria. Eppure basterebbe fermarsi un momento a pensarci: diremmo mai che una reazione chimica è intelligente perché è velocissima? O che un albero millenario è stupido perché cresce con una lentezza che ci appare inconcepibile? L’intelligenza, se vogliamo usare questa parola, non ha nulla a che vedere con la rapidità. Ha a che vedere con la capacità di rispondere in modo adeguato al proprio ambiente, di adattarsi, di durare. E da questo punto di vista, un pino che vive migliaia di anni è enormemente più intelligente di qualunque sistema progettato per essere veloce e che si consuma in un battito di ciglia.

Il problema è che quando la velocità diventa l’unico criterio di valutazione, tutto il resto si organizza di conseguenza. Se devi andare veloce, ti serve il monouso: il piatto di plastica che butti via, il pasto che ingurgiti in piedi, l’informazione che scorri senza leggere, la città che attraversi senza abitare. Se devi andare veloce, non puoi permetterti di valutare il contesto: le conseguenze di quello che consumi, l’impatto di come ti sposti, la qualità dello spazio pubblico che attraversi. La velocità produce una forma sistematica di cecità. Non è un difetto accidentale: è una caratteristica strutturale. Per andare veloce devi necessariamente rinunciare a vedere, e per non vedere devi andare veloce. È un circolo che si autoalimenta e che ha plasmato le nostre città in modo profondo.

Pensate a come sono fatte le strade che percorriamo ogni giorno. Sono progettate per un unico scopo: far passare le automobili il più rapidamente possibile. Le carreggiate larghe, i sensi unici che canalizzano il flusso, i semafori sincronizzati sulla velocità dell’auto, i parcheggi che mangiano ogni spazio residuo. Una città costruita per la velocità automobilistica è una città che ha rinunciato a farsi abitare. I marciapiedi diventano corridoi residuali, le piazze diventano rotatorie, i quartieri diventano zone di transito. Chi abita questi spazi, chi li attraversa a piedi o in bicicletta, è un ospite tollerato in un sistema pensato per altri. L’Aquila, che conosco palmo a palmo perché la pedalo ogni giorno, è un esempio perfetto di questa contraddizione: una città che nei suoi documenti di pianificazione, nel PUMS, nel Biciplan, si racconta come una città che vuole la mobilità dolce, e che nella realtà quotidiana delle sue strade continua a essere ostaggio della velocità motorizzata.

Ma il punto che mi interessa di più non è la denuncia, che pure è necessaria. Il punto è il rovesciamento di prospettiva. La lentezza della bicicletta non è una rinuncia, non è la versione povera dello spostamento in auto, non è il ripiego di chi non può permettersi di andare veloce. È una forma di conoscenza. Chi pedala quotidianamente lo sa: la bici ti insegna il territorio in un modo che nessun altro mezzo può fare. Ti insegna le pendenze, le distanze reali, i microclimi, i punti in cui il vento gira, gli angoli in cui la città cambia carattere da un isolato all’altro. Ti insegna a leggere lo spazio pubblico non come un’astrazione sulla mappa, ma come un fatto fisico che il tuo corpo attraversa e misura. Questa conoscenza incarnata, corporea, è esattamente ciò che la velocità elimina.

Lo stesso vale per i piccoli tour in bicicletta, quelle escursioni di mezza giornata o di una giornata che non hanno nulla dell’impresa sportiva e tutto della scoperta. Percorrere trenta, quaranta o più chilometri in una mattina, attraversando borghi e campagne, fermandosi a guardare un panorama o a scambiare due parole con qualcuno incontrato per strada, è un’esperienza radicalmente diversa dal percorrere gli stessi chilometri in auto. Non è la stessa cosa fatta più lentamente: è un’altra cosa. È un modo diverso di stare nel mondo, di conoscerlo, e in ultima analisi di abitarlo. Il territorio che hai percorso in bicicletta ti appartiene in un modo che il territorio sorvolato in auto non potrà mai fare: lo hai sudato, lo hai respirato, lo hai sentito sotto le ruote e nelle gambe, e per questo lo ricordi.

C’è stata un’epoca, in fondo molto recente, in cui pratiche che oggi chiamiamo ecologiche erano semplicemente normali. Il riutilizzo, il chilometro zero, il poco uso del monouso non erano scelte “ideologiche” (come qualche attuale governante afferma), ma abitudini radicate in una civiltà che non aveva ancora fatto della velocità il proprio valore supremo. Non si trattava di virtù: si trattava di un rapporto con il tempo e con le cose che consentiva di tenere conto del contesto. Poi è arrivato il paradigma della velocità, e tutto ciò che rallentava è diventato un ostacolo. Ma il fatto che questo paradigma abbia poco più di settanta o ottant’anni di vita, che sia un’invenzione storica e non una legge di natura, dovrebbe darci una certa fiducia. Ciò che è stato costruito può essere smontato, e ciò che è stato dimenticato può essere ricordato.

La bicicletta, in questo senso, non è soltanto un mezzo di trasporto. È una pratica di resistenza quotidiana al paradigma della velocità, una piccola sovversione ripetuta ogni mattina. Mario Tozzi ha detto di recente che i ciclisti meritano un monumento perché chi pedala fa un favore a tutti, non solo a sé stesso. È vero: ogni persona in bici è una macchina in meno, meno rumore, meno gas di scarico, più spazio per chi cammina. Ma c’è anche qualcosa di più intimo. Ogni volta che pedalo per le strade dell’Aquila, scelgo una velocità che mi permette di vedere, di sentire, di essere presente nel luogo che attraverso. Non è una scelta eroica, e non rende migliori. È semplicemente un altro modo di stare nel mondo: più esposto, più lento, più attento. E quando noto un albero, una crepa, una targa su un muro di un palazzo, non è perché ho qualche merito particolare.
È perché a quella velocità il mondo ha ancora il tempo di farsi vedere.


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