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Chi rallenta è di troppo

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traffico sulla corsia ciclabile a L'Aquila

Una via dell’Aquila con limite 30 km/h e striscia di mezzeria continua. Un giorno come un altro, forte densità di traffico, io che pedalo mentre un motore mi ruggisce dietro. Capisco che vuole superarmi perché accelera, decelera, procede con una marcia bassa, pronto allo scatto. Poi mi sorpassa passando pericolosamente vicino, troppo vicino. Dopo neanche cento metri si ferma, in coda a un’interminabile fila di veicoli anch’essi fermi. Lo supero continuando il mio percorso in barba alle persone ferme. Vorrei chiedergli perché lo ha fatto, dato che non poteva non vedere la coda che c’era davanti.
Assisto molto spesso a episodi simili, e ogni volta mi interrogo su cosa spinga queste persone a comportarsi in modo così irrazionale.

Elena Granata, professoressa di Urbanistica presso il Dipartimento ABC (Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito) del Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile, presentando il suo ultimo libro La città è di tutti, ciò che ha valore non ha prezzo, ha affermato che la città è un diritto inalienabile e non un privilegio legato al consumo.

La professoressa Granata ha citato Hartmut Rosa, che esamina le cause e gli effetti dei processi di accelerazione della nostra epoca individuandone tre aspetti: tecnico, sociale e individuale. Secondo Rosa, l’insieme di questi processi porta a gravi forme di patologia sociale legate al rapporto con il tempo e lo spazio, con le cose e le azioni, con la percezione di sé e degli altri. Sotto la pressione di un ritmo inesorabile, ognuno di noi affronta il mondo senza riuscire a contenere quella coazione impersonale alla velocità e alla competizione, inseparabile da disagio e insoddisfazione.

Ho già scritto “La velocità giusta” toccando il tema di Rosa, e “La bici libera dalla città del consumo” riprendendo i temi di Granata.

Episodi come quello che ho descritto in apertura mi toccano intensamente. In primo luogo per una questione di sicurezza personale, perché in bici sono un utente debole e vulnerabile della strada. Poi perché tali comportamenti restano incomprensibili: prima di inveire e protestare, mi sforzo di capire. Sono, forse purtroppo o forse per fortuna, un inguaribile ottimista. Penso che un essere umano sia condizionato pesantemente dall’ambiente sociale, pur conservando quel sentimento solidale che promette ogni volta che fa la prima comunione, si sposa, battezza i figli.

Sul condizionamento sociale, sia Granata che Rosa si esprimono con chiarezza. La prima sostiene che l’urbanistica, cioè il modo in cui si costruiscono e si strutturano le città, condiziona pesantemente la vita delle persone. Il secondo punta sull’accelerazione sociale costante, come lui stesso la definisce.

Concordo pienamente sull’accelerazione tecnologica, quella dei processi orientati ai trasporti e alla comunicazione, i cui effetti hanno trasformato il regime spazio-temporale della società, quindi la percezione dello spazio e del tempo nella vita collettiva. In questo modo i luoghi tendono a diventare luoghi senza storia, senza identità, senza relazioni. C’è poi l’accelerazione dei ritmi di vita, in cui le persone percepiscono il tempo sempre più come una materia prima da consumare prima che sfugga: fare più cose in meno tempo perché ci si sente sempre più sotto pressione. Con la tecnologia si riescono a fare più cose, talvolta anche contemporaneamente, ma il ritmo di vita non è rallentato: è probabilmente aumentato, perché la tecnologia porta con sé l’aspettativa di fare le cose più velocemente, e di farne di più.

L’accelerazione sociale si riflette pesantemente sul piano economico: trasporti, comunicazione, relazione spazio-temporale, lavoro. Siamo sempre meno tutelati, le certezze del welfare che avevamo non ci sono più, i salari sono sempre meno garantiti, così come il lavoro stesso. In questo scenario di insicurezza diffusa, cerchiamo un nemico su cui scaricare la frustrazione, e spesso lo troviamo nel più debole. L’altro, il diverso, chi accetta di essere sfruttato e sottopagato e sembra prendere il nostro posto, diventa il bersaglio più comodo: non ha la forza per rispondere, non ha voce nei luoghi dove si decide. Lo stesso meccanismo si ripete sulla strada, in scala minore ma con la stessa logica. Chi in strada richiede più attenzione, chi ti fa rallentare, chi ostacola la tua accelerazione, diventa a sua volta un bersaglio: “perché quello dovrebbe avere gli stessi diritti?”, sembra pensare chi mi ha appena sorpassato col rischio di colpirmi. È la stessa domanda, posta in due contesti diversi, che nasconde la stessa pretesa: il diritto di chi corre più veloce, o di chi occupa più spazio sociale, a valere di più di chi rallenta o di chi è percepito come estraneo.

Non è un accostamento casuale. Il migrante che “ruba il lavoro” e il ciclista che “intralcia il traffico” vengono trattati con la stessa logica di sottrazione: qualcuno che toglie qualcosa a chi crede di avervi diritto per primo, per il solo fatto di essere già lì, di correre più veloce, di occupare la corsia con un motore invece che con le gambe. In entrambi i casi la reazione non è la comprensione del limite, ma l’insofferenza verso chi quel limite lo rappresenta con la propria presenza. La persona che mi ha sorpassato inutilmente, facendomi correre un pericolo reale, sta subendo, come tutti noi, la struttura della città e l’accelerazione sociale. Ma non deve dimenticare che la mia vita vale quanto la sua, così come non dovremmo dimenticare che anche la vita di chi arriva da lontano vale quanto la nostra.


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