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La testa sgombra

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luce anteriore di bicicletta acceso al tramonto su una strada

Ho ascoltato una puntata di A Wild Mind, il podcast di Andrea Bariselli, che partiva dalla struttura del cervello per arrivare a una vertigine: il cervello è chiuso al buio della scatola cranica e non tocca mai la realtà esterna. Costruisce una rappresentazione a partire dai sensi, e per farlo predice in continuazione, anticipa le conseguenze prima ancora che accadano: come l’acqua che ti disseta in pochi secondi quando in realtà ci mette venti minuti a raggiungere il sangue. Viviamo dentro un modello, non dentro il mondo.

Poi, verso la fine, ha letto un brano che aveva scritto un inverno di qualche anno prima: il racconto di una corsa notturna in un bosco, la luce frontale che ondeggia sul capo, il respiro fatto vapore, il cuore che pulsa nella testa. Arriva in cima alla salita, si riprende dallo sforzo, e a quel punto, sono parole sue, «realizzo improvvisamente di non avere pensieri. Zero. Nulla». La testa sgombra, lucida. La natura intorno che «non è più una cartolina sullo sfondo», ma diventa parte integrante della serata.

E lì mi sono ritrovato pari pari. Non correndo, ma pedalando. È esattamente ciò che mi succede in bicicletta alla fine di una salita, o in fondo a un percorso che mi ha messo alla prova. Ma, cosa che mi ha sorpreso, mi succede anche alla fine di un giro lungo in cui ho faticato poco. Lo stesso vuoto lucido, la stessa sensazione di essere finalmente dentro le cose invece che a un passo di distanza da esse. Le parole di un altro, e dentro ci vedevo me.

In quel bosco lui ci arriva correndo, e alla fatica alta: la salita corsa “come parte dell’allenamento”, il respiro affannoso, il corpo che sobbalza: è lo sforzo che gli svuota la testa. E qui, ascoltando, ho trovato la prima differenza tra il suo gesto e il mio.

La corsa ha una sola porta d’ingresso a quello stato: devi spingere forte, il martellamento dei piedi sul terreno e il fiato corto sono la condizione perché la mente si spenga. La bicicletta ne ha due. C’è quella dello sforzo, identica alla sua: la salita che ti mette alle corde, il cuore in testa, e in cima la stessa testa sgombra. Ma ce n’è un’altra, che la corsa non conosce: la cadenza. Il pedalare è un gesto rotatorio, continuo, ipnotico, e su un giro lungo, anche lento, anche facile, quella ripetizione da sola basta a portarmi nello stesso posto. Non ho bisogno di soffrire. Mi basta girare le gambe abbastanza a lungo perché il rumore di fondo si spenga.

C’è poi una cosa che nel suo racconto non può esserci, ed è la più curiosa. Chi corre ha il corpo come veicolo, il baricentro salta a ogni passo, lui è il movimento. Io no, io sono seduto, fermo su una sella e nello stesso tempo sto attraversando il mondo a venti, trenta all’ora. È un’immobilità che avanza, una quiete del corpo dentro una velocità e forse è proprio questa contraddizione a rendere il vuoto della bici diverso: non lo strappi alla fatica, ci scivoli dentro.

E qui tocco un punto che ho già raccontato altrove, perché la natura che nel suo racconto smette di essere “una cartolina sullo sfondo” e diventa parte della serata, per me ha un nome preciso.

Quel nome è inframince, una parola che ho preso da Duchamp e a cui ho già dedicato un articolo: indica qualcosa che esiste davvero ma sta al confine della percezione, nel punto sottile in cui due stati si toccano senza confondersi. Il calore di una sella da cui ti sei appena alzato, il ticchettio della ruota libera quando smetti di spingere, la differenza tra andare in bici ed essere andato in bici. In quell’articolo raccontavo come la bicicletta, a differenza dell’automobile che ti isola e ti climatizza e cancella gli interstizi, ti tenga dentro la percezione: il corpo è motore e sensore insieme, non c’è filtro tra te e il mondo, e dove non c’è filtro l’inframince appare.

Ecco: mettendo quel racconto accanto alla mia riflessione, mi sono accorto che parlano di due cose diverse che in bici diventano una sola. Da una parte c’è un’esperienza, la catarsi dello sforzo, la testa che si svuota, il senso di essere padrone di sé. L’inframince invece non è un’esperienza, è una facoltà: il modo di percepire che si apre quando togli i filtri. Quel brano racconta il cosa si prova, l’inframince è il perché lo si prova.

E la cosa sorprendente è che in bicicletta i due piani coincidono. Lo stesso gesto che mi regala la catarsi, pedalare, è quello che mi tiene dentro la percezione. Non sono due momenti separati, non c’è prima lo sforzo e poi l’attenzione al mondo: è un unico movimento. Correndo bisogna spingere forte per entrare in quello stato, perché la catarsi e la percezione arrivano solo insieme allo sfinimento. Io ci entro anche piano, perché il pedalare mi tiene dentro la percezione a prescindere dalla fatica. È per questo, credo, che il vuoto lucido mi arriva tanto in cima a una salita quanto in fondo a un giro tranquillo: la porta è sempre la stessa, ed è sempre aperta.

C’è un ultimo filo che lega quel racconto alla parte iniziale del podcast, quella sul cervello che predice. A un certo punto lui scrive che il bosco di notte, un tempo, lo spaventava: trovarsi solo, isolato nel buio, era un pensiero da cui rifuggiva. Poi qualcosa è cambiato. «Solo forzandomi ad attraversarlo, inverno dopo inverno, ho esorcizzato questo tipo di pensiero», dice, «tanto che oggi è una delle cose che adoro fare».

Quella frase è la prima parte del podcast messa in pratica. Il cervello predice sulla base di ciò che ha già vissuto: se il bosco notturno è codificato come minaccia, ogni volta lo anticipa come minaccia. Ma lui non ha cambiato il passato, ha fatto l’unica cosa che si può fare: ha aggiunto esperienze nuove finché il cervello ha smesso di prevedere la paura e ha iniziato a prevedere il piacere. Ha riscritto i propri circuiti attraversando, non pensando.

E questo ha un gemello esatto nella mia storia. Perché il momento in cui sono diventato uno che vive in bicicletta, e non più uno che ogni tanto ci va, non è mai stato un giorno preciso, una decisione. È avvenuto in uno spazio sottile, per accumulo, inverno dopo inverno anche il mio, anno dopo anno, un cambiamento talmente graduale che me ne sono accorto solo dopo. Non ho deciso di percepire il mondo in modo diverso stando in sella: ci sono arrivato pedalando, un giro dopo l’altro, finché il mio cervello ha smesso di prevedere l’uscita in bici come fatica o come dovere e ha iniziato a prevederla come il posto in cui la testa si fa sgombra. Anche quello è un circuito riscritto dalla ripetizione. Anche quello è, a suo modo, un inframince: il punto impercettibile in cui diventi un’altra cosa senza sapere quando è successo.

Il brano finisce che lui varca il cancello di casa, si siede sotto il portico, si sfila le scarpe infangate e guarda l’ombra della montagna su cui è appena salito. E chiude con una domanda che mi è rimasta addosso: ha «la netta sensazione di essere tornato migliore di come sono partito. Forse è solo una sensazione e forse mi sto solo convincendo, ma alla fine che differenza fa?».

Che differenza fa. All’inizio del podcast c’era una cosa che lì per lì suona come una provocazione: la realtà, così come la conosciamo, non esiste. Esiste solo la rappresentazione che il cervello ne costruisce, chiuso nel buio della scatola cranica, a partire dai segnali che gli arrivano dai sensi. Non c’è un mondo “vero” là fuori a cui confrontare quello che proviamo: quello che proviamo è il mondo, per come possiamo conoscerlo.

E allora la domanda si risponde da sola. Se torno a casa dopo un giro con la sensazione di essere migliore, quella sensazione non è un’illusione da smascherare, è reale esattamente quanto tutto il resto, perché tutto il resto è fatto della stessa materia: rappresentazioni che il cervello costruisce. Non mi sto convincendo di qualcosa di falso, sto vivendo qualcosa di vero nell’unico modo in cui possiamo vivere qualcosa di vero.

La bicicletta, per me, non è un mezzo per vedere una realtà diversa: è il modo che ho trovato per rientrare in quella che c’è, per spegnere abbastanza a lungo la macchina delle previsioni, dei problemi, delle mail, e tornare a percepire il mondo invece di anticiparlo. Lui lo fa correndo nel buio di un bosco. Io lo faccio pedalando. Il posto in cui arriviamo, però, è lo stesso: quella testa magnificamente sgombra in cui, per una volta, ci siamo soltanto noi e il mondo, senza niente in mezzo.


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4 Commenti

    • Ho dovuto cercare il significato della tua espressione britannica che potrebbe evocare lo shikantaza, tradotto in inglese proprio come “just sitting”, il sedersi senza oggetto di meditazione, senza inseguire pensieri, restando semplicemente presenti. Giusta la mia interpretazione?

  1. Pura poesia… Ma bisogna concentrarsi per distillarla dopo un giro in bici, qualunque esso sia… Solo che io ho un problema: mi manca il portico!

    • Caro Giancarlo, in bici il portico ce l’hai lungo la strada, sono gli ultimi chilometri di ritorno, quelli in cui pedali piano e non stai più andando da nessuna parte. La distillazione avviene lì, in movimento. Al massimo ti serve una panchina 🙂

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