Nella prima parte della mia vita, dal 1977, ho venduto libri, prima per Einaudi e poi per UTET, nel settore medico, e negli ultimi anni ho aperto una libreria e ho fatto persino l’editore. Fino a tutto il 2003. Puoi immaginare quanti chilometri in automobile mi toccava fare come agente di commercio: ne ho contati più di un milione in ventisette anni. Un milione di chilometri. Pensa che legame avevo con l’automobile.
Ma dopo il 2003 quel legame si è dissolto. Sono più di vent’anni che non posseggo un’auto. Lentamente ho iniziato a usare la bicicletta per i miei spostamenti urbani, perché prima uscivo solo la domenica a farmi un giro con la bici da corsa che possedevo dal lontano 1984. È stato un passaggio graduale, quasi inavvertito, e forse è proprio questo il punto.
Perché c’è un momento, in quel passaggio, che non riesci a fissare. Il momento in cui smetti di essere uno che ogni tanto va in bicicletta e diventi uno che vive in bicicletta. Non è un giorno preciso, non è una decisione. È qualcosa che succede in un interstizio, in uno spazio talmente sottile che te ne accorgi solo dopo.
Ecco: quello spazio ha un nome. Si chiama inframince.
Una parola che non sapevo di cercare
L’ho scoperta leggendo L’arte di vedere le cose intorno a noi di Rob Walker, il titolo originale è The Art of Noticing, un libro che propone centotrentuno esercizi per rieducare l’attenzione. Uno di quegli esercizi si intitola proprio così: “a caccia dell’inframince”. Walker lo prende in prestito da Marcel Duchamp, l’artista francese che all’inizio del Novecento ha scardinato l’idea stessa di cosa sia l’arte. Se conosci il suo orinatoio rovesciato esposto in un museo, si chiamava Fontana, sai di chi parlo. Se non lo conosci, poco male: quello che ci interessa qui non è l’arte concettuale, ma una parola.
Inframince (si pronuncia anfra-mans, con le vocali nasali del francese) è un termine che Duchamp ha inventato per indicare qualcosa che esiste davvero ma sfugge alla presa diretta dei sensi. Non è invisibile, non è immaginario. È reale, solo che sta al confine della percezione, nel punto in cui due stati si incontrano senza essere identici. Duchamp non lo definì mai in modo rigido. Preferiva gli esempi: il calore di una sedia da cui qualcuno si è appena alzato; il fumo del tabacco che odora anche della bocca che lo emette; lo spazio tra il rumore di uno sparo e l’apparizione del foro nel bersaglio.
Non è un concetto astratto. È la compresenza di due condizioni, prima e dopo, qui e là, contatto e distacco, che genera un terzo stato, qualcosa che percepisci con il corpo prima ancora che con la mente. Duchamp lo considerava legato al sensibile: visivo, olfattivo, tattile, uditivo. Una presenza al limite.
La verità è che l’inframince è dappertutto, e tutti lo conosciamo anche se non abbiamo mai sentito questa parola. Lo conosce chi cammina scalzo e sente la differenza tra il pavimento al sole e quello all’ombra, non il caldo e il freddo, ma il confine esatto tra i due. Lo conosce chi cucina e percepisce l’istante in cui l’aglio nel tegame passa dal profumo alla bruciatura. Lo conosce chiunque abbia sfiorato una persona e si sia accorto che il tocco era già finito prima di rendersene conto. Non serve essere ciclisti, artisti o filosofi. Serve solo avere un corpo e prestargli attenzione.
Io, quando ho letto quegli esempi, ho pensato subito alla bicicletta. Perché è il mio osservatorio, non l’unico possibile, ma quello che conosco meglio.
Il corpo sa quello che la mente non nomina
Chi pedala ogni giorno conosce l’inframince. Lo conosce da sempre, solo che non ha una parola per dirlo.
Il calore della sella quando ti alzi sui pedali in salita. C’è un’impronta termica che resta lì per qualche secondo, la forma del tuo corpo trasferita al materiale, che si dissolve nell’aria senza che nessuno la veda. Non è il calore della sedia di Duchamp? È esattamente lo stesso fenomeno: la traccia di una presenza che se ne sta già andando.
Oppure pensa alla pellicola di sudore tra la mano e il manubrio nelle giornate calde. Quella patina microscopica che separa la pelle dalla gomma senza davvero separarle: è contatto e distacco nello stesso istante. Togli la mano e la senti: una sensazione di fresco improvviso, il negativo di un’aderenza che c’era e non c’è più. Puro inframince.
O il momento, il mio preferito, in cui smetti di pedalare e la ruota libera inizia a cantare. Quel ticchettio meccanico che separa lo sforzo dal lasciarsi andare. Non è un suono forte, non è un suono debole. È il suono di un cambiamento di stato, l’equivalente sonoro di una soglia che attraversi senza accorgertene. Un attimo prima stavi spingendo, un attimo dopo ti stai facendo portare. Dov’è il confine esatto? Non lo troverai. È inframince.
Tracce che scompaiono
C’è poi tutto il repertorio delle impronte. Il segno del pneumatico sull’asfalto bagnato, per esempio: quella linea scura che si forma dietro di te e che, quando ti volti, sta già evaporando. La traccia esiste ed è già in via di cancellazione. La durata di quel segno, pochi secondi, forse meno, è un inframince temporale, un intervallo in cui qualcosa è stato reale e adesso non lo è più, e tu eri l’unico testimone possibile.
O la differenza tra l’aria davanti a te e l’aria dietro di te mentre pedali. Questa è forse la più bella, perché è completamente invisibile. Il tuo corpo, muovendosi, crea una perturbazione atmosferica che dura millisecondi: una scia che nessuno strumento domestico potrebbe misurare, ma che un altro ciclista nella tua ruota sente — è lo stesso principio della scia in gruppo. L’aria che hai appena attraversato non è più la stessa aria. Hai lasciato un’impronta nel vento.
La differenza tra andare e essere andato
Ma l’inframince più duchampiano di tutti, quello che mi ha fatto fermare a pensare, è un altro: la differenza tra andare in bicicletta e essere andato in bicicletta.
Ci pensi? Mentre pedali c’è un momento continuo in cui l’esperienza presente scivola nel ricordo immediato. Non il ricordo di ieri, il ricordo di adesso, di quello che stavi facendo un secondo fa e che già non stai più facendo perché sei avanti di una pedalata, di un respiro. Come una fotografia mentale che si sviluppa mentre tu sei già al fotogramma successivo. L’azione e la sua memoria si sovrappongono in un intervallo così sottile che non puoi separarle. Non sei più nel momento che ricordi, non sei ancora nel momento che verrà. Sei nell’inframince del tempo.
Ecco, questa è la cosa che l’automobile non ti dà. In auto sei isolato, climatizzato, insonorizzato. Sei dentro una scatola che cancella gli interstizi. La bicicletta invece ti espone a tutti, li amplifica, anzi, perché il tuo corpo è il motore e il sensore allo stesso tempo. Non c’è filtro tra te e il mondo. E dove non c’è filtro, l’inframince appare.
Imparare a notare
Forse è per questo che dopo un milione di chilometri in auto non ho un solo ricordo sensoriale del viaggio, mentre in bicicletta ricordo l’odore della pioggia sull’asfalto caldo di una sera di giugno, il suono del vento tra i raggi quando arrivo a una certa velocità, la vibrazione diversa di ogni tipo di pavimentazione sotto le ruote. Non perché la bicicletta sia poetica, è una macchina stare dentro la percezione invece che fuori.
Duchamp, a modo suo, questo lo sapeva. Non voleva che l’inframince diventasse un concetto da manuale. Voleva che restasse una pratica dell’attenzione, un modo di stare al mondo con i sensi aperti. Rob Walker ha trasformato quell’intuizione in un esercizio: vai in giro e cerca l’infrasottile, cerca quello che sta tra le cose.
Io non ho bisogno di cercarlo. Mi basta salire in sella.
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