C’è un albero, lungo una strada interpoderale che percorro spesso, che ogni volta mi costringe a fermarmi. Non per la sua altezza, che pure è notevole, ma per la sua presenza: i rami si aprono contro il cielo come le nervature di una volta, e il tronco ha la solidità di chi sta lì da molto prima di noi e ci sarà molto dopo.
Gli alberi parlano. Parlano di tempo, di storia, di resilienza. Parlano del territorio che li ospita e delle stagioni che li attraversano. Il problema è che noi abbiamo smesso di ascoltarli. Li vediamo, quando va bene, come arredo urbano, ostacoli alla viabilità, intralci ai parcheggi. Abbiamo perso la lingua.
Lo sapeva bene Mario Rigoni Stern, che nell’Arboreto salvatico scrisse: «Quando gli uomini vivevano dentro la natura, gli alberi erano un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra.»
Quel tramite non si è interrotto. Siamo noi che ci siamo voltati dall’altra parte.
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