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Il ponte romano di Campana

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Campana, ponte romano

Quando esco in bicicletta per un lungo giro intorno a L’Aquila, spesso nella Valle dell’Aterno, ho l’abitudine di fermarmi a Campana, un piccolissimo borgo tra quelli che costituiscono il Comune di Fagnano Alto, in pieno Parco Regionale del Sirente Velino. Questo comune fa parte dei Borghi del Respiro e, ti assicuro, da quelle parti non si respira solo aria buona, ma Storia, quella con la esse maiuscola. Ai piedi del borgo, che conta quasi cinquanta abitanti, sorge un ponte romano del I secolo dove mi fermo sempre a fare merenda dopo circa un’ora di pedalate da casa.

Seduto su quel muretto, con l’acqua che scorre tranquilla, alcuni alberi a presidiare gli argini e ospitare uccelli silenziosi, consumo le mie mandorle, le albicocche secche o un panino con la bresaola. Mi nutro anche della storia che quel fiume, quegli alberi e quelle case raccontano insieme: hanno visto i romani costruire quell’attraversamento sull’Aterno per far passare cavalli e carri. Oggi le automobili che transitano sul ponticello sono pochissime, ma i loro guidatori, costretti a procedere a passo d’uomo dalla mia presenza e dalla mia bici appoggiate al muretto, mostrano spesso insofferenza. A volte penso che lo demolirebbero volentieri per costruire al suo posto un poderoso cavalcavia, pur di togliersi di mezzo l’intralcio.

Il mio amore per quel posto, per nulla scalfito da qualche abitante intollerante, è fatto di passato ma anche di presente, perché lì si fanno bellissimi incontri.

Visitando in bici le stradine di Campana mi sono imbattuto in una bambina che, in compagnia della madre, giocava nell’aia: dopo un momento di naturale diffidenza, mi ha offerto la sua amicizia mostrandomi la bici che custodisce con orgoglio. La madre mi ha raccontato che lei e il marito si sono trasferiti dall’Aquila, affrontando senza difficoltà i disagi dei viaggi quotidiani per lavoro e per la scuola. Ho voluto sapere anche come si organizzano per la spesa, per i servizi sanitari. Bravi e determinati a vivere secondo i propri obiettivi.

Un giorno due persone adulte, con qualche capello bianco, attraversavano il ponte romano mano nella mano. «Siete proprio belli!», ho esclamato con gioia, perché anch’io prendo spesso per mano la mia sposa, con la quale vivo da quarantadue anni. Non per guidarla, ma solo per amore. Quei due distinti signori si sono fermati e il dialogo si è intrecciato subito con quei luoghi, con gli alberi e le piante che io non so sempre riconoscere: con una battuta ho detto di non saper distinguere il prezzemolo dal basilico. Quell’uomo mi ha invitato a passare dalla sede del Parco del Gran Sasso per ritirare un libro che aveva scritto insieme ad altri, catalogando tutte le piante del nostro territorio. Avevo incontrato un botanico, un professore universitario, di cui conservo ora una delle testimonianze più preziose che ha lasciato a tutti noi.

Sul ponte romano di Campana ho incontrato anche un pensionato trasferitosi felicemente da Roma, al quale ho rimarcato la mancanza di collegamenti pubblici frequenti con L’Aquila. Mi ha risposto che quei venti minuti in automobile per raggiungere il capoluogo erano un’inezia rispetto alle tre ore che gli ci volevano ogni giorno, andata e ritorno, per andare al lavoro in città.

Ho incontrato poi una persona che accompagna turisti e camminatori lungo il Cammino di Celestino, e una giovane donna che aveva organizzato un’uscita in bicicletta con ragazzi e ragazze di un paese vicino.

E proprio domenica scorsa si è fermato sul ponte un giovane di quasi quarant’anni, fisico atletico, in sella a una bici da corsa. Contrariamente alla stragrande maggioranza di quel tipo di sportivi, che ho scoperto conoscere poco il territorio nonostante l’assidua frequentazione di quelle strade, ha la mia stessa abitudine: anche lui fa tappa al ponte romano per lo stesso motivo, apprezzando il Borgo del Respiro non solo per l’aria, ma per tutto quello che offre. Non c’è voluto molto per fare amicizia, come con tutte le altre persone che incontro in quel posto straordinario, per la storia, per l’ambiente, per la socialità che regala quando ci si arriva in bicicletta. In automobile si passa con i finestrini chiusi, d’inverno per il freddo e d’estate per l’aria condizionata. E così si perde il senso di comunità su questa Terra.

Un altro grande danno che hanno fatto il «progresso» e l’automobile.


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