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Uova e galline

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pista ciclabile interrotta

Nel Piano Comunale di Sicurezza Stradale del Comune dell’Aquila le piste ciclabili sono citate 16 volte. Altre 4 volte compaiono sotto diciture diverse: “infrastrutture ciclabili riservate”, “possibili interventi a favore della sicurezza dei ciclisti”. In un piano che riguarda la sicurezza stradale si parla quindi, continuamente, di ciclabilità.

Eppure ogni volta che cito questo dato in pubblico, in una riunione, o semplicemente parlando con qualcuno, arriva puntuale l’obiezione: “ma piste ciclabili per chi, se in questa città i ciclisti sono pochissimi?”

L’obiezione ha una logica apparente. Come tutte le argomentazioni circolari.

A L’Aquila esiste una sola pista ciclabile riservata: 648 metri, di cui solo 333 effettivamente protetti da una separazione fisica. Il resto è delimitato da markers stradali, quei chiodini che non hanno mai deviato alcuna automobile. Ci sono poi 17 chilometri di corsie ciclabili, molte ormai scolorite, che non proteggono nessuno: segnalano soltanto che in quel tratto di asfalto potrebbe esserci una persona in bicicletta.

Quella pista, l’unica vera, è in periferia. In centro ci sono le corsie. Quando le percorro trovo spesso un’automobile parcheggiata sopra, o ferma con le quattro frecce, o semplicemente in sosta perché il conducente è convinto che quei trenta centimetri di vernice non riguardino lui. Il flusso si interrompe, cerco uno spazio nel traffico, rientro, riparto. Nelle strade meno trafficate le cose vanno diversamente: gli automobilisti ti vedono, ti lasciano spazio, a volte rallentano. Non è rispetto per le corsie ciclabili, è semplicemente che ci sono meno veicoli e più spazio mentale per accorgersi che esisti.

Da una città che ha un Piano Urbano della Mobilità Sostenibile e un Biciplan, il piano della rete urbana ciclabile, ci si aspetterebbe qualcosa di più di 333 metri. E quei 333 metri finiscono nel nulla: non su un incrocio attrezzato, non su un’altra corsia, su un punto qualsiasi del marciapiede dove la protezione semplicemente cessa.

Eppure qualcosa si muove, nel senso letterale del termine. Durante la Settimana Europea della Mobilità del settembre 2025 noi di FIAB Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta abbiamo contato, come ogni anno in sei punti della città, 154 persone che si erano recate al lavoro in bicicletta: dalle 7:30 alle 9:30 è facile distinguere chi pedala per andare in ufficio e chi lo fa per sport. Rispetto all’anno precedente il numero era triplicato, da 48 a 154. In termini assoluti non sono grandi numeri, ma certificano che esiste una volontà, e che quella volontà spesso sfida il pericolo di un flusso automobilistico che lo stesso Piano di Sicurezza Stradale individua come fonte primaria di pericolosità. Un flusso che chiunque percepisce, compresi, e forse soprattutto, quelli che si lamentano del troppo traffico, senza rendersi conto di esserne parte integrante.

Ho letto di recente una rassegna della letteratura accademica sulla mobilità ciclistica urbana pubblicata dall’Urban Cycling Institute: si intitola How Environment Shapes Mobility: Infrastructure & Urban Form (Come l’ambiente plasma la mobilità: infrastruttura e forma urbana) ed è firmata da Ingrid Sant. La ricerca lo dice in modo netto: le scelte di mobilità sono determinate dall’infrastruttura disponibile, non dalla cultura ciclistica preesistente. Non è che le persone non vanno in bici perché non vogliono. È che senza una rete continua, protetta, piacevole da percorrere, andare in bici richiede una soglia di tolleranza che in molti, ragionevolmente, non sono disposti a pagare. Che 154 persone quella soglia la superino ogni mattina, nonostante tutto, non è un argomento contro l’infrastruttura: è la prova che con un’infrastruttura degna di questo nome ce ne sarebbero molte di più.

Prima le persone in bici o prima l’infrastruttura? La risposta è la stessa che si dà alle uova e alle galline quando la domanda non è filosofica, ma politica: qualcuno deve decidere da che parte cominciare. L’Aquila ha già deciso di scrivere piani. Manca ancora la parte in cui li realizza.


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2 Commenti

  1. Hai ragione Filippo!
    Proprio ieri ne parlavo con il Mobility Manager del mio Ufficio, la Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate. Il tema era proprio quello su cui tu poni l’attenzione: prime lettere piste ciclabili o prima i ciclisti? Io rispondo: prima la sicurezza, e la sicurezza la dai quando governi la circolazione!
    Quindi, per me, prima le piste ciclabili!
    Ci sono tantissimi soldi europei disponibili per la loro realizzazione, eppure questo comune non ha mai presentato un progetto!

  2. La mancanza di infrastrutture: sono convinto che questo è un pezzo fondamentale della promozione della mobilità ciclistica. Senza infrastrutture dedicate, fortemente dedicate ed esclusive fin dove è possibile, i ciclisti saranno sempre timidi e poco invogliati a uscire.
    Ovviamente una campagna di promozione verso questa modalità di spostamento, e non solo di svago domenicale, aiuterebbe a rafforzare il convincimento di persone che ad oggi appunto sono timorose proprio per questioni legate al tema della sicurezza.

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