Home Mobilità ciclistica La strada non è un campo di battaglia

La strada non è un campo di battaglia

173
0
la vulnerabilità della bicicletta

Suona il citofono, un bambino corre ad aprire e un adulto lo ferma: «Aspetta, chiedi prima chi è». In quella semplice istruzioni c’è un mondo. Come scrive Andrea Bariselli, del quale seguo la sua newsletter Mantica, riflettendo su questo gesto, stiamo «installando il sospetto come sistema operativo». Stiamo insegnando che là fuori c’è una minaccia e che la sicurezza risiede nel tenere chiuso, nel filtrare, nel diffidare.

Se alziamo lo sguardo dal pianerottolo di casa e lo portiamo sulle nostre strade, ci accorgiamo che questa logica non è rimasta confinata agli ingressi condominiali. Si è spostata, si è ingrandita, ha messo le ruote e un motore. L’automobile privata non è solo un mezzo di trasporto: è la trasposizione mobile della «fortezza» domestica. È il bunker in cui ci chiudiamo per attraversare la città credendoci protetti, invincibili e finendo paradossalmente per essere solo soli.

L’abitacolo come torre d’assedio
Bariselli parla della tentazione di «alzare mura, trasformare la casa in una fortezza e la testa in un posto di blocco». Nulla descrive meglio la psicologia del guidatore medio immerso nel traffico urbano perché, salendo in auto, attiviamo quel sistema operativo del sospetto. Chiudiamo i finestrini per non sentire i rumori della città, accendiamo il climatizzatore per non respirarne l’aria, alziamo il volume della musica per non ascoltare le voci. L’abitacolo diventa una camera di decompressione dalla realtà, un guscio blindato dove ci sentiamo al sicuro dagli imprevisti, dagli sguardi altrui, dalla vulnerabilità.

Ci vendono l’auto come uno scudo: airbag, sensori di collisione, assistenti alla guida, carrozzerie sempre più grandi per cui il messaggio sottostante è chiaro: la strada è un campo di battaglia, e tu devi essere il carro armato. Chi guida si percepisce come un’entità separata, protetta da una corazza di metallo e vetro: si crede invincibile.

Ma come nella casa-fortezza descritta nell’articolo di Bariselli, «le mura hanno un difetto di fabbrica: non filtrano niente: tengono fuori tutto, il lupo e il corriere, il male raro e il bene quotidiano». Chi si chiude in auto per proteggere la propria sicurezza esclude il pericolo, certo, ma esclude anche la vita: esclude il saluto, lo scambio visivo, la percezione reale dello spazio condiviso. La città diventa uno sfondo sfocato, un ostacolo da superare nel minor tempo possibile, non un luogo da abitare.

L’occhio che ha smesso di vedere
C’è una frase nel testo di Bariselli che colpisce come un macigno: «L’occhio che misura lo sconosciuto è lo stesso che ha smesso di vederlo». È esattamente ciò che accade quando osserviamo la strada dal parabrezza: il pedone, il ciclista, il bambino che attraversa smettono di essere persone per diventare variabili di traffico, ostacoli, «pratiche da evadere in sicurezza». La disumanizzazione dello spazio pubblico è il prezzo che paghiamo per la nostra presunta invincibilità.

Dal nostro bunker mobile giudichiamo gli altri con «un’occhiata rapida che nemmeno ci accorgiamo più di fare»: il ciclista è un intralcio, il pedone è un semaforo umano, l’utente del trasporto pubblico è qualcuno che «non ce l’ha fatta» ad avere un’auto. Perdiamo la capacità di riconoscerci come comunità. Passiamo accanto a migliaia di persone ogni giorno, trattandole tutte come potenziali minacce da schivare e poi ci chiediamo perché le città ci sembrino luoghi freddi, ostili, privi di empatia.

Il coraggio della vulnerabilità
Esiste un’altra modo di muoversi, però, un modo che richiede di spegnere il sistema operativo del sospetto e di riattivare la fiducia. Anni fa, l’artista Pippa Bacca partì vestita da sposa per attraversare in autostop paesi feriti dalla guerra. Il suo mezzo era la fiducia pura: salire sull’auto di uno sconosciuto. La sua storia è finita in tragedia, è vero, ma come ricorda Bariselli, «prima di quell’uomo c’erano stati quattro paesi di sconosciuti che l’avevano fatta salire, sfamata, ospitata, protetta. Il male le si è presentato una volta. Il bene, tutte le altre».

Andare in bicicletta o prendere i mezzi pubblici è l’equivalente urbano di quel viaggio. È un atto di fiducia quotidiana perché chi va in bici non ha un bunker, non ha un airbag, non ha la carrozzeria: ha solo il proprio corpo, esposto e vulnerabile. E proprio per questo è costretto a essere presente, deve guardare negli occhi gli altri, deve prevedere i movimenti, deve fidarsi delle regole condivise e della prudenza altrui. La sua sicurezza non deriva dall’isolamento, ma dalla connessione.

La bicicletta e il trasporto pubblico ci costringono a «tenere aperta la porta». Ci rendono partecipi del flusso vitale della città: ne sentiamo gli odori, ne percepiamo le stagioni, incrociamo lo sguardo dei vicini. Siamo esposti, sì, ma siamo vivi perché siamo parte del tessuto urbano e non osservatori distaccati che lo attraversano in diagonale chiusi in una bolla di vetro.

A cosa siamo aggrappati?
La scelta di come muoverci in città non è solo tecnica o logistica: è etica, è la scelta tra due visioni del mondo. Da una parte c’è la logica della torre: chiudersi, blindarsi, credere che la sicurezza sia l’assenza di contatto. È la scelta di vivere in una città di bunker in movimento, dove ognuno è un’isola armata che guarda con sospetto il vicino. È una città sicura, forse, ma morta.

Dall’altra c’è il coraggio di restare esposti, di accettare che «il lupo» possa esistere, ma che non possa definire l’intera realtà. C’è il coraggio di scegliere la vulnerabilità della bicicletta o la condivisione del bus come atto di fede nella comunità. Come scrive Bariselli citando il Signore degli Anelli: «C’è del buono in questo mondo, ed è giusto combattere per questo».

Combattere per questo significa rifiutare di trasformare la nostra testa in un posto di blocco ogni volta che accendiamo il motore. Significa capire che la vera protezione non viene dall’isolamento, ma dalla capacità di vedere l’altro come un pari, non come una minaccia.

Tra un cittadino che vive barricato nel suo SUV e uno che attraversa la città in bici, esposto ma presente, so quale dei due mi spaventa di più: non è quello vulnerabile, ma quello che, credendosi invincibile, ha smesso di vedere che la strada è fatta per tutti.

Il lupo, quasi sempre, resta nelle favole e nelle nostre paure ingigantite. La porta, quella vera, resta una cosa che si apre.
E la città, quella vera, aspetta solo che noi scendiamo dall’auto per ricominciare ad abitarla insieme.


Per ricevere tutto ciò che pubblico sul mio blog
puoi iscriverti al mio canale Telegram
o puoi iscriverti alla mia Bikeletter

Dillo ad un amico o ad un’amica: copia il link ed invialo https://www.pedalognigiorno.it/la-strada-non-e-un-campo-di-battaglia/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui