Qualche giorno fa, su una strada della città, ho visto una donna scendere dall’auto, aprire il cofano, guardarci dentro per qualche secondo con l’aria di chi non sa cosa cercare, richiuderlo, rimettersi al volante e telefonare. Probabilmente al meccanico, o al marito, o a qualcuno che doveva venire a salvarla. Non c’è niente di strano in questa scena: l’avrei potuta fare anch’io. Sotto il cofano dell’auto di mia moglie che uso ognittanto (io non ne posseggo) c’è un blocco compatto di plastica, cavi e centraline che non dice niente a nessuno se non a un tecnico con il computer giusto. Dei motori di trenta-quaranta anni fa, alzando il cofano, si vedeva almeno la forma delle cose: il filtro dell’aria, le candele, la cinghia. Adesso si vede una scocca liscia, e sotto la scocca un’altra scocca.
Non è soltanto una questione di motori. È il modo in cui ormai sono fatti quasi tutti gli oggetti che usiamo ogni giorno. Lo smartphone, l’automobile, la lavatrice, il bancomat, il termostato di casa: oggetti progettati apposta perché tu non debba capirli. L’interfaccia è studiata per nasconderti il meccanismo. Tu schiacci, e qualcosa accade. Tu parli, e una voce risponde. Tu muovi un dito, e una macchina parte.
Più gli oggetti diventano sofisticati, meno sappiamo perché funzionano. Mio padre, che riparava da solo la sua bicicletta e conosceva il motore della sua Fiat, sapeva di più di me sulla relazione tra le sue azioni e gli effetti del mondo. Io ne so ancora qualcosa, a quasi settanta anni. Mia nipote, se andrà avanti così, non saprà più nulla: il telefono le obbedirà, l’auto la porterà, il termostato regolerà la casa, e tutto questo le sembrerà naturale come la pioggia.
E qui c’è il punto che mi interessa davvero. Quando perdiamo la capacità di ricostruire la catena tra una causa e un effetto, succede una cosa strana: ci illudiamo di essere noi la causa, perché siamo l’ultimo anello visibile della catena. Ho schiacciato, è successo. Ho parlato, ha risposto. La causa vera, naturalmente, è altrove: nel codice, nei server, nelle scelte di qualcuno a Cupertino o a Seattle. Ma noi non la vediamo, e quindi smettiamo di cercarla.
Il guaio è che questa stessa abitudine si applica anche alle cose grandi. Se mi sono disabituato a chiedermi come funziona il telefono che ho in mano, è probabile che mi sia disabituato anche a chiedermi come funziona la città in cui vivo, perché c’è il traffico che c’è, perché l’aria è quella che è, perché certe strade sono asfaltate e altre no. La crisi climatica è il caso estremo: tutti sappiamo che esiste, pochi riescono davvero a sentirla come una conseguenza delle proprie scelte, perché la catena causale è troppo lunga e troppo opaca. Diventa qualcosa che succede, non qualcosa che facciamo.
C’è un esempio che mi colpisce ogni volta, perché è semplicissimo e nessuno vuole conoscerlo.
Un’automobile che procede a 30 chilometri all’ora si muove a poco più di 8 metri al secondo, e ha bisogno di circa 14 metri per fermarsi del tutto, considerando il tempo di reazione del conducente e lo spazio di frenata vero e proprio. La stessa automobile, sulla stessa identica strada asciutta, alla velocità di 50 chilometri all’ora si muove a quasi 14 metri al secondo, e ha bisogno di circa di 35 metri per fermarsi. Più del doppio. Sono numeri che stanno in due righe, non richiedono né laurea né patente speciale, e descrivono in modo trasparente il rapporto tra una scelta (premere il pedale dell’acceleratore un po’ di più) e un effetto (la possibilità o meno di fermarsi prima di travolgere chi ci attraversa davanti).
Eppure, di questa relazione, nessuno vuole sapere nulla. Quando si propone di abbassare i limiti di velocità in città, la reazione tipica è un’irritazione vaga, come se si trattasse di un fastidio burocratico, di un capriccio amministrativo, di un’idea ostile alla libertà di muoversi. Non si discute la fisica, perché la fisica neppure entra in scena. Si discute la sensazione: andare a 30 sembra lento, andare a 50 è un sacrificio mal digeribile, e basta. Le città 30 non sono una bizzarria ideologica: sono il riconoscimento di una catena causale elementare, lo stesso tipo di catena che chiunque potrebbe capire in due minuti se solo si fermasse a guardarla. Se a 30 chilometri all’ora un’auto riesce a fermarsi in tempo davanti a un bambino che attraversa, e a 50 lo investe, allora 30 è la velocità giusta nei luoghi dove le persone camminano, attraversano, pedalano, vivono. Non c’è altro da aggiungere.
Eppure la conversazione pubblica fa esattamente come quella donna davanti al cofano: alza il coperchio, guarda dentro, non capisce niente, e richiude. È più comodo trattare il limite come un’imposizione che come una conseguenza fisica.
L’auto a guida autonoma viene presentata come la soluzione definitiva agli scontri stradali, ai pedoni investiti, ai ciclisti uccisi. Ma nessuno ci spiega davvero su quali parametri deciderà. Quando un bambino attraverserà all’improvviso e l’auto dovrà scegliere se investirlo o sterzare contro un muro mettendo in pericolo i quattro passeggeri, cosa farà? Probabilmente sceglierà di far morire una sola persona invece di quattro: è la matematica più semplice, ed è la matematica che abbiamo già visto applicata in molti altri contesti. Ma quella matematica non l’avremo decisa noi. L’avrà decisa qualcun altro, in un ufficio, in una linea di codice che noi non leggeremo mai. Noi saremo seduti dentro, muoveremo un dito per partire, e l’auto andrà. Saremo perfettamente nella condizione di chi un tempo danzava credendo di far piovere: causa apparente di un effetto reale che non controlla e non comprende.
Ho una bicicletta tradizionale e una a pedalata assistita. Le uso entrambe ogni giorno, e ho avuto il tempo di accorgermi di una differenza che a parole sembra piccola, ma vivendola è enorme. Sulla bici tradizionale, tutto è trasparente. Pedalo, vado. Smetto, mi fermo. Spingo più forte, vado più veloce. Tra il mio corpo e il movimento del mondo non c’è niente: nessuna interfaccia, nessun algoritmo, nessuna decisione presa altrove. Se la catena salta, la vedo. Se il freno non tiene, lo capisco prima ancora di averci pensato. È un oggetto in cui la causa e l’effetto coincidono con la mia esperienza diretta. Sull’elettrica c’è già un piccolo strato di mediazione: è ancora un oggetto trasparente, ma ci vuole poco perché il velo scenda anche lì.
Andare in bici, allora, non è solo un gesto ecologico, e non è solo un modo di muoversi. È un esercizio di un’abitudine mentale che stiamo perdendo: l’abitudine di stare dentro la catena causale invece che alla sua estremità. È ricordare che ai miei gesti corrispondono effetti precisi, che dipendono da me, e che posso vedere. È un piccolo allenamento alla responsabilità, in un mondo che ci sta togliendo il senso di esserne capaci. La maggior parte degli oggetti che ci circondano è fatta perché non li capiamo. La bicicletta è una delle ultime cose rimaste fatte perché li capiamo. Per questo, ogni volta che salgo in sella, ho la sensazione di tornare a casa.
Ho scritto in questo articolo di cose che cadono sotto la soglia della misurazione, ma sopra la soglia della percezione attenta.
Leggi anche l’altro mio scritto Inframince, ti aiuterà ad entrare in questo ragionamento.
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