A Hoboken non muore più nessuno sulle strade. Da nove anni.
Hoboken, New Jersey, 60.000 abitanti. Dal gennaio 2017 a oggi: zero morti in incidenti stradali. Zero.
In una città di quelle dimensioni, la media statistica vorrebbe tra sei e otto morti all’anno. Sono numeri che di solito si accettano come inevitabili, come il maltempo o il traffico del lunedì mattina. A Hoboken hanno deciso che non lo erano.
Il punto di partenza è un’idea semplice, quasi ovvia una volta che la si sente: gli incidenti non capitano per caso. È il principio del movimento Vision Zero, nato in Svezia negli anni Novanta, che punta a portare a zero le morti e i feriti gravi sulle strade. Non a ridurli. A eliminarli.
L’amministrazione di Hoboken ci ha creduto davvero. Ha cominciato dall’analisi dei dati: dove avvengono gli incidenti più gravi, chi coinvolgono, perché. È emerso quello che chiunque si muova a piedi o in bicicletta in città già sa: la gran parte degli episodi più pericolosi riguardava pedoni e ciclisti, soprattutto agli incroci.
E allora è lì che hanno messo le mani.
Marciapiedi allargati agli angoli per accorciare la distanza di attraversamento e costringere le auto a rallentare. Semafori con qualche secondo di vantaggio per i pedoni prima del verde per le macchine. Strisce pedonali e piste ciclabili segnate con vernici più resistenti. Limite di velocità abbassato a 20 miglia orarie — circa 30 km/h. E poi il problema delle auto parcheggiate troppo vicino agli incroci, che tolgono visibilità: niente multe, niente cartelli. Paletti, aiuole, piccoli ostacoli fisici che semplicemente non ti lasciano spazio per parcheggiare dove non dovresti.
Non è arrivato tutto insieme. Sono stati anni di lavoro, fatto di infrastrutture, educazione stradale, ascolto dei residenti e aggiustamenti continui basati sui dati — compresi quelli sugli incidenti mancati, quelli che per un pelo non sono diventati notizia.
I risultati non sono lineari. Gli incidenti non sono spariti. Ma quelli fatali sì.
E Hoboken non si ferma qui: l’obiettivo dichiarato ora è arrivare a zero feriti gravi entro il 2030.
La storia l’ha raccontata il sito Reasons to be Cheerful. Vale la pena leggerla, non tanto come curiosità americana, ma come prova che un certo modo di fare città funziona. Che non è utopia. Che si può fare.





