
La scienza conferma ciò che il corpo sa già: l’ombra di un filare può valere quattro gradi. A patto di smettere di guardare la città dall’alto.
L’Aquila, città di montagna, con una cultura di montagna, sta sviluppando un turismo incentrato sì sulla storia, ma soprattutto sull’attrattività della natura. Per “natura” si intende generalmente ciò che è selvatico, non urbanizzato, wild per dirla con la parola che la Regione Abruzzo aveva assunto alla fine degli anni ’10 come rappresentativa del proprio brand.
Ma L’Aquila è veramente una città che rappresenta il tema della natura? La mia risposta è no. Cercherò di spiegare perché e di stimolare qualche riflessione. L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dice che nel comune dell’Aquila sono stati consumati 2.572 ettari di suolo nel 2024: 10 in più del 2023 e 19 in più del 2022. 10 ettari in più all’anno. 10 ettari sono 15 campi di calcio del nostro Stadio Fattori.
Ci sono anche altre ragioni: la mobilità, tema a me molto vicino, ed in particolare il trasporto pubblico sul quale non si vuole investire perché si punta anacronisticamente ancora sul mezzo privato, leggasi automobile. Per questo ci troviamo ad essere ancora in cima alla classifica delle città capoluogo più motorizzate d’Italia. Si punta fortemente sui parcheggi proprio nell’epoca più critica per la produzione automobilistica e per i carburanti quando poi, al di là degli orientamenti politici, le città stanno scegliendo di fatto la transizione ecologica. Per sostenere l’automobile si costruiscono parcheggi, infinite distese di asfalto che aumentano il calore, diminuiscono l’assorbimento del terreno (quindi consumo di suolo), aumentano i costi di manutenzione perché l’asfalto, si sa, deriva dal petrolio. In più si abbattono alberi che hanno un ruolo importantissimo per la mitigazione degli effetti della crisi climatica e per la vivibilità. A L’Aquila ne hanno tagliati molti per far largo ai parcheggi ed alle esigenze dei centri commerciali che, oltretutto, danneggiano i piccoli negozi. Ex Inam, Parco Polsinelli e Caserma Rossi, Area Barattelli sono alcuni dei luoghi in cui ci si fa largo a suon di sega “per lo sviluppo della città”, come ha sommessamente affermato l’Assessore Comunale all’Ambiente Fabrizio Taranta. Ma gli alberi contano così tanto?
La risposta, supportata dalla ricerca più aggiornata, è sì, ma vale la pena capire come contano: è proprio in quel “come” che si gioca la differenza tra uno slogan e una scelta politica seria.
Uno studio globale pubblicato su Nature Communications nel maggio 2026 (McDonald e colleghi) ha misurato per la prima volta, con un metodo uniforme, il raffrescamento prodotto dalla chioma arborea in tutte le 8.919 grandi aree urbane del pianeta. Il risultato della prima metà è quasi rassicurante: gli alberi che già abbiamo neutralizzano tra il 41 e il 49 per cento dell’isola di calore urbana massima potenziale, cioè di quel surriscaldamento che le città subirebbero in totale assenza di verde. Gli alberi raffrescano in due modi: con l’evapotraspirazione e con l’ombra, che impedisce ad asfalto e cemento di assorbire e restituire calore. Sotto un filare di alberi stradali la temperatura dell’aria scende mediamente di 1-2 gradi arrivando anche a 4-5.
Qui arriva il primo punto che mi interessa, e che smonta ogni uso retorico del dato. La media globale di raffrescamento pesata sulla popolazione è appena 0,15 gradi: un numero quasi nullo, e per questo fuorviante. Ma quella media nasconde una realtà molto più interessante: a scala locale il raffrescamento va da zero fino a 2,7 gradi. La media “schiaccia” tutto e fa sembrare il risultato irrilevante, mentre in certi luoghi gli alberi fanno una differenza enorme. La temperatura media di una città non la vive nessuno: si vive la temperatura di via Corrado IV o del lastricato di Piazza Duomo alle 15:00 di luglio. Quello che conta non è la media, è la varianza.
È lo stesso scarto che denuncio da tempo tra i documenti di pianificazione dell’Aquila, il PUMS e il Biciplan, e la realtà del marciapiede: il dato aggregato descrive una città media che sul singolo filare non esiste.
Lo studio stesso lo conferma con un dettaglio tecnico rivelatore. Il modello usato analizza il territorio a una risoluzione di un chilometro: ogni unità di misura è un quadrato di 1 km per 1 km, dentro cui temperature diverse si livellano e si perdono nel calcolo. Quando si scende a 30 metri di risoluzione, più o meno la larghezza di una strada con i suoi marciapiedi, le differenze cominciano ad apparire: un lato della strada all’ombra di un filare di alberi può essere due o tre gradi più fresco del lato opposto, esposto al sole e ai palazzi. A un chilometro di risoluzione quella differenza sparisce, diluita insieme a tutto il resto.
Lo strumento con cui misuri determina cosa riesci a vedere. Se misuri grossolano, perdi la realtà. Se scendi fino alla scala della strada, trovi la città che le persone vivono davvero — quella di chi cammina sul marciapiede di destra invece che su quello di sinistra. La scala è tutto.
C’è poi il nodo più propriamente politico, ed è quello che dovrebbe far riflettere chi taglia alberi “per lo sviluppo della città”. Lo studio dimostra che il raffrescamento degli alberi è massimo proprio dove serve meno: nei quartieri benestanti, nelle città ricche, cioè nei luoghi già più freschi, già più verdi, già dotati di aria condizionata. E minimo dove servirebbe di più: nei centri densi e impermeabili. L’albero finisce per essere un’amenità che si permette chi ha già risorse. È esattamente la stessa geografia della disuguaglianza che vedo nelle infrastrutture ciclabili: la pista comoda dove c’è già spazio e reddito, il nulla dove la strada è stretta e contesa. Giustizia ambientale e giustizia della mobilità raccontano la stessa storia.
E c’è un dato controintuitivo che dovrebbe entrare dritto nelle delibere comunali: l’efficienza di raffrescamento di ogni singolo albero è più alta nei climi aridi e nei quartieri più impermeabili, perché lì ogni nuovo albero sottrae asfalto invece di rimpiazzare altro verde. Tradotto: l’albero rende di più proprio dove ce n’è di meno. Il ritorno dell’investimento non è massimo dove è facile piantare, ma dove è difficile: nel centro denso, nelle distese impermeabilizzate. Per una città come L’Aquila, che alterna vuoti post-sisma a zone ricostruite e asfaltate, è una chiave operativa preziosa. Significa che gli alberi che si abbattono per far posto ai parcheggi non sono verde di contorno: sono esattamente gli alberi che, stando ai numeri, raffrescano di più, perché toglievano asfalto in punti già impermeabili. Si sceglie di fare l’opposto di ciò che la ricerca indica come più efficiente.
Resta da dire la seconda metà del messaggio, quella scomoda, perché tenere insieme le due parti senza ammorbidirle è l’unico modo onesto di trattare il tema. Rispetto al riscaldamento che arriverà con il cambiamento climatico (a metà secolo le proiezioni stimano, troppo ottimisticamente, un aumento mediano della temperatura estiva diurna di circa 1,5 gradi) gli alberi che abbiamo oggi compensano solo il 10 per cento. E anche piantando tutto il piantabile, nello scenario di massima piantumazione plausibile, non si va oltre il 20 per cento. Il verde urbano funziona come adattamento locale, non come leva sul clima globale: raffresca la strada, non da solo il pianeta. Riconoscerlo non è disfattismo, è onestà sulla scala degli strumenti. È lo stesso equivoco che vedo circolare sulla bicicletta: confondere la misura che migliora la vita quotidiana con quella che sposta i grandi numeri. La bici cambia la città vivibile, non da sola la curva delle emissioni. La riduzione delle fonti fossili resta cruciale e insostituibile.
Ed è precisamente per questo che l’albero, oltre a quello che fa per il microclima, dice da che parte stiamo. Una città che taglia per asfaltare, che resta in cima alla classifica delle più motorizzate d’Italia, che punta sui parcheggi nell’epoca della transizione, sta dichiarando, al di là di ogni proclama sul “turismo della natura” e sul brand wild, di stare dalla parte sbagliata sia dell’adattamento locale sia della mitigazione globale. Gli alberi contano così tanto non solo perché raffrescano un grado o due la via dove cammini o pedali, ma perché ogni motosega che ne abbatte uno per fare spazio a una distesa di asfalto è la fotografia esatta di una città che ha smesso di scegliere la natura e ha ricominciato a sceglierle contro.
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