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Mi piego, ma non mi spezzo

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un albero piegato e resistente

Guarda bene questo albero che si trova vicino al ponte romano di Campana di cui ho scritto recentemente.
Il tronco parte dal suolo con una curva decisa, quasi una riverenza, come se avesse incontrato qualcosa di molto più forte di lui e avesse scelto, saggiamente, di non fare il duro. Eppure eccolo lì, con la chioma piena e verde, a godersi il sole come se niente fosse.

Cosa gli è successo? Non lo so con certezza. Forse, da giovane, una fenditura profonda sul lato convesso lo ha messo in crisi. Ed è lì che entra in gioco qualcosa di straordinario: sotto stress meccanico, gli alberi attivano la tigmomorfogenesi, un meccanismo adattativo con cui aumentano lo spessore del fusto, modificano la struttura del legno e diventano strutturalmente più flessibili per assorbire e redistribuire le forze. In pratica, l’albero ha sentito il pericolo, ha cambiato forma e ha tenuto.

Non è un caso isolato. Le piante costituiscono circa l’85% della biomassa terrestre: noi animali, umani compresi, siamo lo 0,3%. Lo ricorda Stefano Mancuso, che da anni studia l’intelligenza vegetale. Siamo ospiti rumorosi in un pianeta che appartiene, nei numeri e nel tempo, a loro.

Questo albero, chiunque sia, qualunque cosa gli sia capitato, ha deciso di restare. Si è adattato, ha compensato, ha continuato a crescere portando addosso la memoria di ogni difficoltà superata.

Mi piego ma non mi spezzo.


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