Traffico e parcheggi sembrano disagi inevitabili, freddo e salite diventano buone ragioni per lasciare la bicicletta a casa. E il pericolo della strada finisce per essere un problema di chi pedala, anziché una responsabilità da affrontare insieme.
La settimana scorsa sono andato a prendere la più grande delle mie nipotine alla scuola dell’infanzia. Come faccio ogni tanto, dopo l’uscita l’ho portata nel piccolo parco adiacente: la merenda, gli altri bambini, il tempo per giocare in libertà.
Parlando con un genitore, il discorso è finito sulle difficoltà di accompagnare e riprendere i figli a scuola. Le code, la ricerca di un parcheggio, il tempo sprecato. Problemi quotidiani, raccontati con quella familiarità che finisce per farli sembrare inevitabili.
Ho parlato del mio usare la bicicletta, che mi permette di evitare diversi di quei problemi. La risposta ha messo in fila altre difficoltà: il pericolo, il freddo, le salite.
Pedalare all’Aquila, del resto, significa fare i conti anche con queste cose.
Non mi ha detto esplicitamente “chi te lo fa fare?”, ma è questo il senso che ho colto nei suoi commenti.
Ripensandoci, mi ha colpito il diverso peso dato ai disagi. Quelli dell’automobile erano il punto di partenza della conversazione. Quelli della bicicletta sembravano sufficienti a chiuderla.
Perché consideriamo normale perdere tempo in coda e cercare parcheggio, mentre una salita diventa un motivo per mettere in discussione un’intera scelta?
Io uso la bicicletta perché ci trovo vantaggi concreti: mi fa stare bene, nel corpo e nella mente; mi permette di risparmiare molto danaro rispetto all’automobile; nei tragitti in cui il traffico è intenso posso arrivare prima, e parcheggiare vicino a dove devo andare è molto più semplice; rendo la vita migliore all’intera comunità risparmiando produzione di anidride carbonica e non emettendo sostanze e gas inquinanti; contribuisco a rendere disponibile spazio pubblico.
Il freddo e la fatica entrano nel conto. Non lo esauriscono. Posso considerarli accettabili rispetto a ciò che guadagno pedalando, così come chi guida accetta costi, attese e disagi che io preferisco evitare.
Sul pericolo, invece, il discorso cambia, e lo sperimento anche nelle mie scelte quotidiane: quando accompagno o riprendo le mie nipotine a scuola o al nido uso l’automobile perché le mie figlie hanno paura che in bicicletta possa succedere qualcosa di grave e io non riesco nemmeno a immaginare le conseguenze sui rapporti familiari di un incidente con una di loro.
Quella preoccupazione la comprendo, ma proprio per questo credo che debba trovare spazio anche fuori dalle nostre famiglie, diventando una richiesta di strade più sicure. Se una strada è pericolosa per chi va in bicicletta, prenderne atto dovrebbe essere l’inizio di una discussione su come cambiarla mentre troppo spesso diventa la conclusione: allora non andarci.
Il problema della strada si trasforma così nel problema della persona che vorrebbe usarla.
Leggendo un testo di Andrea Bariselli pubblicato sulla sua newsletter Mantica, dedicato alla domanda «chi te lo fa fare?», ho ritrovato qualcosa di quel dialogo. Bariselli osserva che svalutare il tentativo altrui può servire a sentirsi più tranquilli rispetto alle proprie rinunce. Se chi prova è un incosciente, chi resta fermo può considerarsi saggio. L’autore lo dice con una formula pungente: lo facciamo “per sentirci meno stupidi”.
È un’intuizione che mi ha colpito. Non so cosa pensasse quel genitore e non voglio attribuirgli intenzioni che non conosco perché poteva essere sinceramente preoccupato. Ma conosco l’effetto di certi ragionamenti: se la bicicletta viene liquidata come una scelta impraticabile, non occorre più chiedersi se potrebbe essere utile anche a noi, almeno per qualche spostamento.
L’automobile conserva il posto della necessità. Alla bicicletta tocca giustificare la propria esistenza.
Nei commenti sui social come nelle conversazioni quotidiane, questo atteggiamento arriva più lontano. C’è chi vorrebbe eliminare le biciclette dalla strada perché rallentano il traffico, obbligano ad aspettare, rendono meno comodo il viaggio in automobile. E presenta questa richiesta come una questione di sicurezza: le biciclette sarebbero un pericolo.
[puoi leggere un mio articolo su questo <Chi rallenta è di troppo>]
Qui bisogna fermarsi sulle parole. Una bicicletta davanti a noi può richiedere di ridurre la velocità e aspettare il momento adatto per sorpassare. Dover rallentare non significa essere messi in pericolo. E la presenza di una bicicletta non “costringe” nessuno a tamponare o a investire qualcuno: impone a chi guida di mantenere la distanza e di adeguare la velocità. È ciò che richiede condividere la strada con altre persone.
Se invece si pretende di passare subito, anche quando lo spazio manca, il pericolo va cercato in quella pretesa e nel comportamento che ne segue. Definire pericolosa la presenza di chi pedala permette di lasciare fuori discussione la condotta di chi guida.
È un rovesciamento comodo: chi è più esposto deve togliersi di mezzo, perché chi può fargli male non debba cambiare nulla.
La sicurezza stradale riguarda anche chi continua a usare l’auto. Riguarda il modo in cui guida, lo spazio che occupa, le velocità che considera accettabili. Riguarda chi progetta e amministra le strade. E riguarda quel genitore quando scende dall’automobile e accompagna suo figlio all’ingresso della scuola.
Non siamo separati una volta per tutte in automobilisti, ciclisti e pedoni: siamo tutte persone che usano varie modalità di spostamento per cui nella stessa giornata possiamo trovarci in condizioni diverse. La strada sulla quale oggi vorremmo sorpassare senza aspettare può essere quella che domani dovremo attraversare tenendo un bambino per mano.
Non chiedo che tutti facciano i miei stessi tragitti in bicicletta perché le esigenze e le possibilità sono diverse. Chiedo però che la mia scelta possa essere discussa per quello che offre e che il pericolo venga affrontato come una responsabilità comune.
Quel pomeriggio, nel parco accanto alla scuola, mia nipote ha fatto merenda e giocato con gli altri bambini. È anche per avere tempo ed energie da dedicare a momenti come questi che vale la pena interrogarsi su come ci spostiamo.
Alla domanda “chi te lo fa fare?” ho quindi una risposta molto quotidiana: mi conviene, ci conviene, mi piace, mi fa stare bene.
Ma vorrei che la conversazione proseguisse.
Se siamo d’accordo che la strada è pericolosa, possiamo cominciare a parlare di come renderla sicura, invece di consigliare a chi pedala di rinunciare.
[puoi leggere un mio articolo collegato <Ciò che facciamo e ciò che accade>]
Per ricevere tutto ciò che pubblico sul mio blog
puoi iscriverti al mio canale Telegram
o puoi iscriverti alla mia Bikeletter





