Perché voglio una città diversa e cosa c’entra l’urbanogenesi
Riflessioni dopo aver ascoltato il Prof. Maurizio Carta nel podcast “Città” di Will sul futuro delle nostre città.
Maurizio Carta è un urbanista di Palermo e autore del libro “Sette Lezioni di Rigenerazione Urbana”, in cui ha espresso un concetto illuminante: urbanogenesi. Non più rigenerazione urbana, ma generazione di nuova urbanità.
E mentre ascoltavo ho aggiunto qualche motivo in più per continuare a rompere le scatole (a voi, alle amministrazioni, a me stesso) con questa storia della città che deve cambiare.
Non è (solo) questione di piste ciclabili
Il mio interesse per la mobilità ciclistica è nato quasi per un fatto personale. Volevo pedalare sicuro, volevo che si potesse andare al lavoro in bici senza rischiare la vita, volevo respirare aria più pulita, salvaguardare la mia salute e risparmiare un po’ di soldi. Tutte ragioni validissime, per carità.
In realtà io ed altri stiamo lavorando per qualcosa di più grande.
Stiamo provando a generare nuova urbanità, che non è una frase figa da convegno: è il motivo per cui certe città ti fanno venire voglia di uscire di casa e altre no.
Urbanità è quando esci per andare al panificio e ti fermi a chiacchierare con qualcuno.
È quando tua figlia può girare in bici nel quartiere e tu non stai col cuore in gola.
È quando la piazza davanti a scuola è piena di bambini che giocano, non di SUV in seconda fila con il motore acceso.
La città in cui siamo intrappolati
Carta racconta una cosa che mi ha fatto ridere amaramente. Cita Henry Ford: “Potete avere una macchina del colore che desiderate, purché sia nera”. E poi spiega che l’urbanistica del Novecento ha fatto lo stesso: “Potete avere casa, ufficio, servizi come volete, purché siano dove ho deciso io, separati tra loro, così dovrete usare l’auto”.
È questo il punto.
Non è che “la gente ama l’auto”, come indurrebbe a pensare la pubblicità.
È che viviamo in una città progettata per renderla indispensabile: casa in un posto, lavoro in un altro, scuola da un’altra parte ancora, palestra chissà dove.
“Il traffico sei tu” dico a coloro (praticamente tutti) che si lamentano del traffico.
Il bello (si fa per dire) è che questa città l’abbiamo ereditata. Nessuno di noi l’ha voluta così. Ma continuiamo a viverci come se fosse l’unica possibile. Come se mio figlio fosse condannato a vivere nella città dei suoi bisnonni.
Barcellona e il segreto delle Superilles
Nel podcast citano le Superilles (i Super Blocchi) di Barcellona che mi sono state illustrate nel giugno 2022 a Pescara nientepopodimeno che da Rueda, l’architetto che le ha progettate. All’inizio prevedeva di togliere le auto da alcune strade destando reazioni furiose, gente che gridava alla dittatura sanitaria ciclabile (ok, questa me la sono inventata, ma avete capito).
Poi è successo qualcosa. Le persone hanno capito che quello spazio non era “tolto” a loro, ma “restituito” a loro. La strada è diventata un’estensione della casa, una stanza in più, un cortile dove far giocare i bambini, un posto dove cenare con i vicini d’estate.
Ecco perché insisto tanto sulle zone 30, sulle strade scolastiche, sulle ciclabili di quartiere. Non è ideologia anti-auto. È che voglio quella stanza in più e che il mio quartiere sia un posto dove si vive, non solo dove si dorme e si parcheggia.
Il surplus di offerta (ovvero perché serve osare)
Una cosa Carta ripete spesso: bisogna partire con un surplus di offerta.
Lione ha fatto la metro per 3 milioni di abitanti quando ne aveva 700.000.
Follia? No, visione.
Questo mi ha fatto ripensare a tutte le volte che ci siamo sentiti dire: “Ma in pochi vanno in bicicletta per giustificare una pista ciclabile”.
Certo che non ci sono! Perché dovrei andare in bici in una città ostile, pericolosa, progettata per le auto?
La ciclabile non arriva quando ci sono i ciclisti. I ciclisti arrivano quando c’è la ciclabile. Amsterdam non è nata ciclabile, l’hanno costruita pezzo per pezzo, con coraggio, a volte cambiando, ma andando avanti.
Quando chiediamo una rete ciclabile ambiziosa, non stiamo sognando. Stiamo chiedendo quella condizione minima perché il cambiamento possa avvenire. Stiamo chiedendo di poter scegliere.
L’esperimento Milano
Carta parla di Milano come di un “laboratorio nazionale ad alto rischio”. Mi è piaciuta questa definizione perché è onesta. Milano ha sperimentato tantissimo: Piazze Aperte (bellissimo), ma anche rigenerazione turbo-immobiliarista (discutibile). Ha osato, qualche volta ha sbagliato, ha cercato di correggere.
Nei laboratori non tutti gli esperimenti riescono. Ma senza laboratorio non c’è progresso.
Quando proponiamo un’urbanistica tattica – quei murales sulle strade, quelle fioriere che creano corsie ciclabili, quei “tactical urbanism” che sembrano un po’ arrangiati – non stiamo facendo i pressappochisti. Stiamo sperimentando dicendo: “Proviamo, vediamo se funziona, poi decidiamo”.
Carta lo dice chiaramente: un intervento tattico è “pregevole”. Cento interventi tattici connessi sono una strategia. Ecco perché non dobbiamo mollare. Ogni piccola conquista – una zona 30, una strada scolastica, una ciclabile di quartiere – non è isolata. Fa parte di un disegno più grande.
La città del quarto spazio: dove voglio vivere
C’è un passaggio che mi ha colpito particolarmente nel podcast: si è citata la “città del quarto spazio” che supera la divisione fordista abitare-lavorare-tempo libero.
Il quarto è uno spazio che mescola, che è flessibile, che accoglie modi diversi di vivere.
La bici è perfetta per questo. Non è solo un mezzo per andare al lavoro. È il modo in cui esploro il quartiere, scopro quel bar nuovo, mi fermo a parlare con un amico, cambio strada all’ultimo perché ho voglia di passare dal parco. La bici mi permette di vivere la città in modo poroso, non lineare.
L’auto invece ti intrappola in percorsi fissi. Casa-lavoro-casa. Casa-supermercato-casa. Sei dentro una bolla di metallo che attraversa la città senza viverla.
Quando immagino la città che voglio, penso a questo: un posto dove posso muovermi con la fluidità con cui mi muovo in bici. Dove ogni tragitto può diventare un’esperienza. Dove lo spostamento non è tempo morto ma tempo di vita.
Perché continuo a rompervi le scatole
Carta chiude il podcast con una frase che mi è rimasta addosso: “Nessun giovane oggi vorrebbe vivere nella casa dei nonni, eppure li costringiamo a vivere nella città dei bisnonni”.
Ecco perché non mollo. Perché non voglio che le mie figlie e le mie nipoti vivano nella città progettata per mio nonno. Non per nostalgia al contrario, ma perché il mondo è cambiato, le esigenze sono cambiate e la città deve cambiare con noi.
Quando vi chiedo di firmare una petizione per la zona 30, quando vi invito a un presidio per una ciclabile, quando scrivo l’ennesimo post su Pedalognigiorno che sembra un disco rotto, non è perché sono fissato con le bici.
È perché voglio generare urbanità. Voglio una città che sia viva, accogliente, desiderabile. Una città dove ci si incontra per strada, non solo sui social. Dove i bambini giocano nelle piazze, non solo nelle aree recintate. Dove lo spazio pubblico è davvero pubblico, non un parcheggio a cielo aperto.
Cosa possiamo fare praticamente
1. Continuerò a chiedere “non solo” ciclabili
Quando propongo un intervento parlo sempre di urbanità, di come quello spazio diventerà più vivibile: la ciclabile è uno strumento, non il fine.
2. Penso in grande
Basta accontentarsi. Voglio una rete ciclabile ambiziosa per tutta la città. Se sembra troppo, perfetto. È esattamente il surplus di offerta di cui abbiamo bisogno.
3. Connetto i puntini
Ogni piccola battaglia deve collegarsi alle altre. Una mappa di interventi che dialogano, che disegnano una nuova geografia urbana.
4. Sperimento senza paura
Urbanistica tattica, usi temporanei, test. Proviamo, misuriamo, impariamo, correggiamo. Come in un laboratorio.
5. Costruisco alleanze
La mobilità ciclistica non basta. Devo parlare con chi fa verde urbano, spazi pubblici, partecipazione. L’urbanogenesi è collettiva.
Un invito personale
Se siete arrivati fin qui (grazie!), vi chiedo una cosa. La prossima volta che uscite, provate a guardare la vostra città con occhi diversi. Non chiedetevi “dove posso parcheggiare”, chiedetevi “dove posso vivere”.
Guardate quella strada troppo larga e immaginate un filare di alberi, una corsia per gli autobus ed una pista ciclabile. Guardate quella piazza piena di auto e immaginate bambini che giocano. Guardate quel marciapiede stretto e immaginate una strada condivisa a 20 all’ora.
Non è utopia. È urbanogenesi. È generare la città che vogliamo, non subire quella che ci hanno lasciato.
E se poi vi viene voglia di darmi una mano, di firmare qualcosa, di proporre qualcosa, di venire a un’iniziativa, beh, sapete dove trovarmi.
Pedalo ogni giorno, sempre con FIAB Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta
Il libro di Maurizio Carta “Sette Lezioni di Rigenerazione Urbana” è edito da Lettera 22. Ve lo consiglio, anche se siete convinti che l’urbanistica non vi riguardi. Vi riguarda eccome.





