Sono una persona che usa la bicicletta sia per gli spostamenti urbani che per piccolo cicloturismo. Da oltre 40 anni sono tra quelli che escono con la bici da corsa per fare dalle 3 alle 5 ore di pedalate nei bellissimi luoghi del nostro Abruzzo, vestito di tutto punto come un vero sportivo. Il mio obiettivo non è la prestazione, bensì la scoperta e la visita di posti che, anche se percorsi mille volte, regalano sempre nuove emozioni.
Durante le pedalate incontro ovviamente altre persone con la “tutina” simile alla mia, bici più o meno pregiate e spesso il piglio di chi deve performare.
Il saluto sulla strada
Perché ci salutiamo sempre? Un motivo è che in quel frangente condividiamo lo stesso “ambiente”, le stesse condizioni, un po’ come quando si va in montagna e ci si riconosce nell’esperienza comune. Un altro motivo è la solidarietà: quando si ha bisogno c’è sicuramente qualcuno disposto e capace di aiutarti, specialmente in caso di problemi tecnici. Quando noto qualcuno in bici in difficoltà offro sempre aiuto, così come fanno molti. Certo, non sempre è così: ognittanto c’è qualcuno che non risponde al saluto, figuriamoci se ti aiuta, ma sono eccezioni.
Una delle cose che accomuna tutti coloro che vanno in bici è l’essere l’utenza vulnerabile della strada. Siamo quelli che soffrono maggiormente l’incoscienza e spesso l’imperizia di chi guida i mezzi a motore, siano essi automobili, furgoni, camion. Questa consapevolezza della nostra fragilità ci unisce, crea un legame tacito ogni volta che incrociamo un altro ciclista.
Il paradosso che non riesco a comprendere
Eppure c’è qualcosa che continua a lasciarmi perplesso: come è possibile che una persona che va in bici, anche solo per sport, non abbia la stessa consapevolezza quando si parla di ciclismo urbano?
Molte volte mi trovo a parlare con ciclisti “sportivi” che incontro durante le uscite. Sono conversazioni sempre amichevoli, tra persone che condividono la stessa passione. Ma spesso, non sempre per fortuna, emerge una contraddizione che fatico davvero a digerire: scopro persone che non hanno alcun interesse per il ciclismo urbano e che, cosa ancora più sorprendente, si dichiarano contrarie all’implementazione di infrastrutture ciclistiche in città come piste ciclabili, corsie e simili.
Mi chiedo: come si può sperimentare quotidianamente la vulnerabilità sulla strada, un’auto che ti sorpassa e ti sfiora e poi non riconoscere che le stesse dinamiche, gli stessi rischi, esistono per chi usa la bici in città? Come si può essere indifferenti, o peggio contrari, alle necessità di chi pedala per andare al lavoro, a scuola, a fare la spesa?
La bicicletta è una sola. Non cambia natura se la usi per salire un passo di montagna o per attraversare un incrocio urbano. La vulnerabilità è la stessa, il bisogno di spazio sicuro è identico. Eppure questa consapevolezza sembra svanire quando si torna in città, quando si ripone la tutina e si riprende l’auto.
Una domanda che resta aperta
Non posseggo verità assolute, ma questa contraddizione continua a interrogarmi. Forse è una questione di abitudine, forse di percezione: magari chi pedala per sport vede la città con gli occhi dell’automobilista e la strada extraurbana con quelli del ciclista, senza riuscire a integrare le due prospettive.
O forse c’è dell’altro. Forse pesa l’idea che le infrastrutture ciclabili tolgano spazio alle auto, rallentino il traffico, siano un ostacolo piuttosto che una risorsa. Ma se è così, mi chiedo: non è forse lo stesso ragionamento che porta alcuni automobilisti a non rispettare il metro e mezzo di distanza quando ci sorpassano? Non è la stessa logica che mette la velocità e la comodità di chi va in auto davanti alla sicurezza di chi va in bici o a piedi?
Non ho risposte definitive, solo domande che continuo a pormi. E una convinzione: che chi ha provato sulla propria pelle cosa significa essere vulnerabile sulla strada dovrebbe essere il primo a comprendere e sostenere chi rivendica spazi più sicuri per muoversi in bicicletta, ovunque e comunque.
Il saluto resta
Non capisco questa contraddizione, mi dispiace molto, ma continuerò a salutare tutti per strada e a offrire sempre il mio aiuto a chiunque ne abbia bisogno. Perché la strada, quella che condividiamo durante le nostre uscite, ci insegna che siamo tutti sulla stessa bici, anche quando non ce ne accorgiamo.





