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Le città come spazio di relazioni

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Piazza del Palazzo a L'Aquila, immagine storica

Le nostre città, L’Aquila compresa, stanno attraversando una metamorfosi silenziosa, ma profonda. Quelli che un tempo erano spazi vivi di relazione si sono trasformati in luoghi dedicati quasi esclusivamente al consumo. L’urbanizzazione spesso selvaggia della seconda metà del Novecento ha disegnato il nostro centro urbano in modo particolare e complesso. La ricostruzione post-2009 dell’Aquila ha mantenuto molto dello schema urbanistico preesistente, ridisegnando solo minime parti della città: questa continuità ha portato con sé – o meglio, ha perpetuato – una crisi sistemica: disuguaglianze profonde, carenza di servizi pubblici e fratture nel tessuto stesso della città contemporanea.

L’Aquila oggi è una città frammentata e dilatata con interi quartieri dormitorio privi di servizi essenziali per chi li vive. Agglomerati urbani divisi e isolati da strade utilizzate solo come vie di attraversamento, come un fiume che raccoglie i frammenti della terra circostante per trascinarli via nella corrente.

I punti di ritrovo scarseggiano e, paradossalmente, i centri commerciali e i supermercati sono diventati i nuovi luoghi di aggregazione sociale. Una città dove l’automobile è l’unico mezzo realistico di spostamento, dove il trasporto pubblico risulta inefficiente e mal organizzato, dove anche la mobilità scolastica (e universitaria) è trascurata. Questa configurazione non è neutra: crea disuguaglianze. Chi non possiede un’auto, chi è anziano, chi ha disabilità o chi semplicemente non può permettersi i costi della mobilità privata viene di fatto escluso da parti intere della vita cittadina.

La domanda che emerge è se chi governa e costruisce le nostre città sia davvero in grado di riconoscere queste fratture, di abbandonare le soluzioni tampone e di generare invece tessuto connettivo autentico. L’Aquila, come molti altri centri urbani, ci mostra cosa succede quando una città non è più spazio di relazione, ma solo di transito e consumo: perde la sua anima, il suo senso più profondo di comunità. Il mercato in Piazza Duomo non era solo compravendita, ma quel centro che teneva unita una comunità dentro le mura, uno spazio dove le persone si incontravano, si riconoscevano, esistevano insieme.

Non è nostalgia del passato, ma la constatazione dell’attuale disgregazione sociale, alla quale non si è pensato abbastanza durante la ricostruzione.

Non è McDonald’s il colpevole della trasformazione in atto, così come non lo è il Lidl che consumerà suolo e spazio comune nell’area Barattelli. Quelle sono aziende che ragionano legittimamente in termini di fatturato e obiettivi commerciali, categorie che però nulla hanno a che vedere con le relazioni tra persone, con la vita sociale, con il diritto alla città. Il problema non sono le singole aperture, ma un modello di sviluppo urbano che non mette al centro le persone e i loro bisogni di comunità.

E qui si inserisce una responsabilità particolare per L’Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026: quale cultura vogliamo costruire e per chi? Una cultura che sia evento e vetrina o una cultura che diventi seme di trasformazione sociale, capace di rigenerare il tessuto urbano e le relazioni tra chi lo abita?

Ripensare la città significa tornare a immaginarla come luogo di possibilità condivise, dove lo sviluppo è capace di tessere legami invece di spezzarli. Una città che mitighi le disuguaglianze, che torni a essere accogliente anche per chi vive situazioni di disagio, che faccia della mobilità un diritto e non un privilegio. Una città dove la cultura non sia appannaggio di alcuni, ma il seme della vita di tutti noi.


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