Cinque anni. Prima il Covid, poi l’invasione russa dell’Ucraina, poi Gaza e le guerre in Africa.
Ogni crisi si è sovrapposta alla precedente senza che la precedente fosse risolta, come strati di una frattura che non si è mai rimarginata. E ora, con il Medio Oriente di nuovo in fiamme e lo Stretto di Hormuz nel mirino, mi trovo a fare i conti come tutti, letteralmente, con conseguenze più che concrete.
Scrivo questo articolo con una preoccupazione profonda. Non solo per i numeri, che pure sono eloquenti, ma per le vite spezzate, per le vittime innocenti che continuano ad accumularsi in conflitti che sembrano non avere né senso né fine. E per la sensazione crescente che chi ha il potere di cambiare rotta, nei governi, nelle aziende energetiche, nelle istituzioni, stia deliberatamente guardando dall’altra parte.
La guerra entra in casa attraverso un gasdotto, un fertilizzante, un barile
I dati che ho raccolto non lasciano molto spazio all’ottimismo.
Il prezzo dell’urea, il fertilizzante azotato su cui dipende buona parte della produzione agricola mondiale, è aumentato del 30% dall’inizio del conflitto. Un terzo del commercio globale di fertilizzanti via mare transita dallo Stretto di Hormuz. Il 20% dei fertilizzanti fosfatici mondiali viene prodotto dai paesi del Golfo.
Non stiamo parlando di numeri astratti: stiamo parlando di cibo, di prezzi al supermercato, di famiglie che già faticano ad arrivare a fine mese.
Il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. La soglia di pericolo reale è indicata a 120 dollari; l’Iran ha minacciato di arrivare a cifre astronomiche. Le riserve strategiche globali messe in campo, 400 milioni di barili, coprono appena 20-30 giorni di domanda mondiale. Venti o trenta giorni. Dopodiché?
La risposta militare che si sta costruendo per “difendere” Hormuz rischia di distruggere quelle stesse merci che si vorrebbe far transitare. E presidiare quello stretto significa, concretamente, l’ingresso dell’Italia e dell’Europa in un conflitto armato. Non è fantascienza: è la logica delle cose, visibile a chiunque voglia guardare.
La cosa che mi lascia più amareggiato è che tutto questo era prevedibile. Da almeno quindici anni lo Stretto di Hormuz viene indicato come la carta iraniana alternativa al nucleare: l’assicurazione sulla vita di un regime alle strette. Bastano dei droni, una nave affondata per mine, per chiudere quel corridoio vitale per l’economia mondiale. Lo sapevano gli analisti, lo sapevano i governi. Eppure l’Italia, nonostante la brutalissima lezione del 2022 con il gas russo, non ha ridotto la propria dipendenza energetica dall’estero: ha solo cambiato fornitore. Stessa vulnerabilità, nuovo indirizzo.
Dieci anni persi: il disastro silenzioso delle rinnovabili italiane
C’è un dato che racconto spesso perché merita di essere conosciuto. Nel 2014 l’Italia aveva già raggiunto il 17% di energia da fonti rinnovabili, superando di sette punti l’obiettivo fissato per quell’anno e arrivando in anticipo al traguardo previsto per il 2020.
Nel 2024 siamo al 19,4%.
In dieci anni, con il costo del fotovoltaico crollato a un terzo o un quarto rispetto a allora, con la crisi climatica che avanza e con due guerre energetiche già alle spalle, l’Italia ha guadagnato appena 2,4 punti percentuali. Se avesse mantenuto il ritmo del decennio precedente, sarebbe cresciuta di nove punti. Ne ha presi 2,5.
È come partire in testa a una maratona e fermarsi al secondo chilometro.
Le cause non sono misteriose. Da anni i documenti di strategia energetica nazionale hanno sempre trattato il gas come un “rifugio sicuro”, posticipando ogni vera transizione. Ai tavoli di crisi siedono Eni e Snam, che hanno tutto l’interesse a mantenere lo statu quo fossile. Il settore elettrico è bloccato e sul riscaldamento e sulla mobilità il ritardo è ancora più grave: si continuano a incentivare le caldaie a gas, si punta sul motore endotermico, si tagliano i fondi per il trasporto pubblico.
Proprio su questo punto, i numeri della Legge di Bilancio 2025-2027 sono spietati: oltre 760 milioni di euro in meno nel triennio per metropolitane, tram, bus ecologici e ciclovie. Il Fondo per il Trasporto Rapido di Massa passa da 3,7 a 3,37 miliardi, 330 milioni in meno tra tagli diretti e rinvii. I comuni pagano il prezzo più alto: Roma, per esempio, vede ridotti i fondi per il trasporto pubblico locale e per il GRAB, il Grande Raccordo Anulare delle Bici.
Nel frattempo, l’Unione Europea ha introdotto deroghe significative all’obiettivo 2035 per lo stop ai motori a combustione, di fatto aprendo la porta a un rallentamento della transizione. È come se nel 1920, mentre le automobili stavano decollando, qualcuno avesse deciso di investire negli allevamenti di cavalli da tiro.
Dieci centesimi per settanta chilometri: il conto che non torna a nessuno
E allora vengo a me. Vengo alla mia bicicletta a pedalata assistita, che ricarico completamente in tre ore, spendendo dieci centesimi di euro. Con quella carica percorro dai settanta ai centoventi chilometri, a seconda di quanta salita c’è lungo il percorso.
Dieci centesimi. Un’inezia, certo, fin quando l’energia sarà disponibile e accessibile. Ma è proprio questo il punto: la bicicletta, elettrica o muscolare, mi rende strutturalmente meno esposto alle oscillazioni del mercato petrolifero, ai capricci di uno stretto lontano migliaia di chilometri, alle guerre che i governi scelgono di combattere o di non prevenire. Se l’energia dovesse scarseggiare o diventare proibitiva, ho sempre l’altra bici, quella a propulsione umana: funziona con le gambe, non con il barile di petrolio.
Non lo dico per compiacimento personale. Lo dico perché questa è, in miniatura, la stessa logica che dovrebbe guidare le scelte di un paese intero. Ogni investimento in ciclabilità urbana, in trasporto pubblico elettrico, in infrastrutture per chi si muove senza motore a scoppio, è un investimento diretto in resilienza energetica e in indipendenza geopolitica. Ogni metro di pista ciclabile che viene realizzato, ogni corsia preferenziale per i bus, ogni incentivo per le e-bike, è un piccolo argine contro le conseguenze di conflitti che non siamo in grado di controllare ma di cui paghiamo il prezzo.
Il paradosso è che queste soluzioni costano meno, inquinano meno, migliorano la salute pubblica, riducono la congestione, rendono le città più vivibili: e nonostante tutto questo, vengono tagliate. Mentre si discute di missioni militari nello Stretto di Hormuz, in Italia si riducono i fondi per metropolitane e trasporto pubblico e si investe nel Ponte sullo Stretto di Messina.
Non so bene se e come riusciremo a fermare le guerre. Ma ho la certezza che continuare a costruire la nostra economia e la nostra mobilità intorno agli idrocarburi, dipendenti da paesi instabili, da stretti strategici, da conflitti che non finiscono mai, non sia una strategia. Sia, semmai, una resa.
La mia bicicletta, con i suoi dieci centesimi di autonomia, mi sembra in questo momento più lungimirante di molte politiche nazionali.
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